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buona lettura
 
 
 
 
           
       

 

 
6 aprile 2006

Molière "Il Malato Immaginario" Atto 1° scena 1a

 

PERSONAGGI

ARGANTE, malato immaginario

BECCHINA, seconda moglie di Argante

ANGELICA, figlia di Argante, e innamorata di Cleante

LUIGINA, figlia minore di Argante, e sorella di Angelica

BERALDO, fratello di Argante

CLEANTE, innamorato di Angelica

DOTTOR DIARROICUS, medicoTOMMASO DIARROICUS, suo figlio, e pretendente di Angelica

DOTTOR LA SQUACQUERA, medico di Argante

DOTTOR OLEZZANTI, farmacista

DOTTOR BUONAFEDE, notaio

ANTONIETTA, cameriera

La scena è a Parigi.

ATTO I

Scena I ARGANTE (solo nella sua stanza, seduto al tavolo, sta calcolando con dei gettoni l'ammontare delle parcelle del farmacista; e dice,
parlando fra di s
é)

Tre e due cinque, e cinque fanno dieci, e dieci fanno venti. Tre e due cinque.
«In più, a partire dal giorno ventiquattro,
un clisterino infiltrante, propedeutico ed emolliente, per ammorbidire, umettare e rinfrescare le viscere del Signore.»
Quel che mi piace nel dottor Olezzanti, il mio farmacista, è che nelle sue parcelle è sempre di un'estrema urbanità;
«le
viscere del Signore, trenta soldi».
Sì, ma caro dottor Olezzanti, qui non si tratta solo di urbanità, bisogna anche essere
ragionevoli e non spennare il malato. Trenta soldi un lavativo; grazie tante, ve l'ho già detto. Nelle altre parcelle me li avete messi venti soldi, e venti soldi nel linguaggio dei farmacisti vuol dire dieci soldi; eccoli qui, i dieci soldi.
«Inoltre,
dallo stesso giorno, un buon clistere detergente, composto di doppio catholicon, rabarbaro, miele rosato e altri ingredienti, secondo prescrizione, per espurgare, lavare e pulire il basso ventre del Signore, trenta soldi.»
Col vostro
permesso, dieci soldi.
«Inoltre, dallo stesso giorno, la sera, un giulebbe epatico, soporifero e sonnifero, appositamente
composto per far dormire il Signore, trentacinque soldi.»
Su questo rimedio non ho niente da dire, mi ha fatto dormire
magnificamente. Dieci, quindici, sedici, diciassette soldi e sei denari. «Inoltre, dal giorno venticinque, una buona medicina purgativa e corroborante, composta di cassia recente, sena di levante e altri ingredienti, secondo la prescrizione del dottor La Squacquera, per derivare ed evacuare la bile del Signore, quattro lire.»
Ah! dottor Olezzanti,
adesso mi prendete in giro; bisogna saperci fare, coi malati. Non ve lo ha prescritto il dottor La Squacquera, di farmipagare quattro franchi. Facciamo tre lire, facciamo, se non vi spiace. Venti e trenta soldi.
 «Inoltre, da detto giorno, una
pozione anodina e astringente, perché il Signore abbia un momento di requie, trenta soldi.»
Bene, dieci e quindici soldi.
«Inoltre, dal giorno ventisei, un clistere carminativo per espellere le ventosità del Signore, trenta soldi.»
Dieci soldi,
dottor Olezzanti.
«Inoltre, il solito clistere del Signore, da ripetersi la sera, come sopra, trenta soldi.»
Dottor Olezzanti,
dieci soldi.
«Inoltre, dal giorno ventisette, una buona medicina composta, che faccia andare agevolmente e buttar fuori
gli umori cattivi del Signore, tre lire.»
Bene, venti e trenta soldi; mi fa piacere che siate ragionevole.
«Inoltre, dal giorno
ventotto, una dose di latticello chiarificato ed edulcorato, per addolcire, alleggerire, temperare e rinfrescare il sangue del Signore, venti soldi.»
D'accordo, dieci soldi.
«Inoltre, una pozione tonica e preventiva, composta di dodici grani di
bezoario, sciroppo di limone e granatina, e altri ingredienti, secondo prescrizione, cinque lire.»
Ah! dottor Olezzanti,
andiamoci piano, per favore;
se continuate di questo passo, chi vorrà più essere malato? accontentatevi di quattro f
ranchi. Venti e quaranta soldi. Tre e due cinque, e cinque fanno dieci, e dieci fanno venti. Sessantatré lire, quattro soldi, sei denari.
 Dunque, è andata che in questo mese ho preso uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto medicine;
e uno,
due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici lavativi;
mentre il mese scorso sono arrivato a
dodici medicine e venti lavativi. Non c'è da meravigliarsi se in questo mese sto meno bene del mese scorso. Lo dirò al dottor La Squacquera, perché rimetta le cose in ordine. Forza, sbarazzatemi di tutto.
 Non c'è nessuno; ho un bel parlare,
mi lasciano sempre solo; non c'è mezzo di trattenerli.
(Suona un campanello per chiamare i domestici)
Non sentono, e il c
ampanello non fa abbastanza rumore.
Dlin, dlin, dlin: niente da fare.
Dlin, dlin, dlin: sono sordi.
 Antonietta! Dlin, dlin,
dlin: è come se non suonassi.
Sciagurata, impostora! Dlin, dlin, dlin, c'è da impazzire.
(Non suona più, ora grida)
Dlin,
dlin, dlin: va' al diavolo, carogna!
È mai possibile abbandonare in questo modo un povero malato?
Dlin, dlin, dlin: mi f
ate pena!
Dlin, dlin, dlin: ah, mio Dio! mi lasceranno morire qui.
Dlin, dlin, dlin.


(Scena II(




permalink | inviato da il 6/4/2006 alle 22:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

27 marzo 2006

QUEST' ANNO, DUNQUE CORRE IL MARIAGE....

LE SMANIE PER LA VILLEGGIATURA

di Carlo Goldoni

Commedia di tre atti

(1761)

 


PERSONAGGI

 

Filippo, cittadino, vecchio, e gioviale

Giacinta,  figliuola di Filippo

Leonardo, amante di Giacinta

Vittoria, sorella di Leonardo

Ferdinando, scrocco

Guglielmo, amante di Giacinta

Fulgenzio, attempato amico di Filippo

Paolo, cameriere di Leonardo

Brigida, cameriera di Giacinta

Cecco, servitore di Leonardo

Berto, servitore di Leonardo

 

La scena si rappresenta a Livorno, parte in casa di Leonardo, e parte in quella di Filippo.

 


L'AUTORE A CHI LEGGE

 

L'innocente divertimento della campagna è divenuto a' dì nostri una passione, una manìa, un disordine.
Virgilio, il Sannazzaro, e tanti altri panegiristi della vita campestre, hanno innamorato gli uomini dell'amena tranquillità del ritiro; ma
l'ambizione ha penetrato nelle foreste: i villeggianti portano seco loro in campagna la pompa ed il tumulto delle Città, ed hanno avvelenato il piacere dei villici e dei pastori, i quali dalla superbia de' loro padroni apprendono la loro miseria. Quest'argomento è sì fecondo di ridicolo e di stravaganze, che mi hanno fornito materia per comporre cinque Commedie, le quali sono tutte fondate sulla verità: eppure non si somigliano.

Dopo aver dato al pubblico i Malcontenti e la Villeggiatura, la prima nel Tomo terzo, la seconda nel Tomo quarto del mio Teatro Comico dell'edizion del Pitteri; ho trovato ancora di che soddisfarmi e di che fornire, non so s'io dica il mio capriccio o il mio zelo, contro un simile fanatismo. Ho concepita nel medesimo tempo l'idea di tre commedie consecutive.
La prima intitolata: Le Smanie per la Villeggiatura;
la seconda: Le Avventure della Villeggiatura;
la terza; Il Ritorno dalla Villeggiatura.
Nella prima si vedono i pazzi preparativi; nella seconda la folle condotta; nella terza le conseguenze dolorose che ne provengono. I personaggi principali di queste tre rappresentazioni, che sono sempre gli stessi, sono di quell'ordine di persone che ho voluto prendere precisamente di mira; cioè di
un rango civile, non nobile e non ricco;
poiché i nobili e ricchi sono autorizzati dal grado e dalla fortuna a fare qualche cosa di più degli altri. L'ambizione de' piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch'io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile. ............

.....................

 


                       ATTO PRIMO

 

 SCENA PRIMA

 

Camera in casa di Leonardo.

Paolo  che sta riponendo degli abiti e della biancheria in un baule, poi Leonardo.

 

LEONARDO: Che fate qui in questa camera? Si han da far cento cose, e voi perdete il tempo, e non se ne eseguisce nessuna. (A Paolo.)

PAOLO: Perdoni, signore. Io credo che allestire il baule sia una delle cose necessarie da farsi.

LEONARDO: Ho bisogno di voi per qualche cosa di più importante. Il baule fatelo riempir dalle donne.

PAOLO: Le donne stanno intorno della padrona; sono occupate per essa, e non vi è caso di poterle nemmen vedere.

LEONARDO: Quest'è il diffetto di mia sorella. Non si contenta mai. Vorrebbe sempre la servitù occupata per lei.
Per andare in villeggiatura non le basta un mese per allestirsi.
Due donne impiegate un mese per lei. È una cosa insoffribile.

PAOLO: Aggiunga, che non bastandole le due donne, ne ha chiamate due altre ancora in aiuto.

LEONARDO: E che fa ella di tanta gente? Si fa fare in casa qualche nuovo vestito?

PAOLO: Non, signore. Il vestito nuovo glielo fa il sarto. In casa da queste donne fa rinovare i vestiti usati. Si fa fare delle mantiglie, de' mantiglioni, delle cuffie da giorno, delle cuffie da notte, una quantità di forniture di pizzi, di nastri, di fioretti, un arsenale di roba; e tutto questo per andare in campagna.
In oggi la campagna è di maggior soggezione della città.

LEONARDO: Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequentate, e di maggior impegno dell'altre. La compagnia, con cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in necessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.

PAOLO: Ella comandi, ed io farò tutto quello che potrò fare.

LEONARDO: Prima di tutto, facciamo un poco di scandaglio di quel, che c'è, e di quello, che ci vorrebbe. Le posate ho timore che siano poche.

PAOLO: Due dozzine dovrebbero essere sufficienti.

LEONARDO: Per l'ordinario lo credo anch'io. Ma chi mi assicura, che non vengano delle truppe d'amici? In campagna si suol tenere tavola aperta. Convien essere preparati. Le posate si mutano frequentemente, e due coltelliere non bastano.

PAOLO: La prego perdonarmi, se parlo troppo liberamente. Vossignoria non è obbligata di fare tutto quello che fanno i marchesi fiorentini, che hanno feudi e tenute grandissime, e cariche, e dignità grandiose.

LEONARDO: Io non ho bisogno che il mio cameriere mi venga a fare il pedante.

PAOLO: Perdoni; non parlo più.

LEONARDO: Nel caso, in cui sono, ho da eccedere le bisogna. Il mio casino di campagna è contiguo a quello del signor Filippo. Egli è avvezzo a trattarsi bene; è uomo splendido, generoso; le sue villeggiature sono magnifiche, ed io non ho da farmi scorgere, non ho da scomparire in faccia di lui.

PAOLO: Faccia tutto quello che le detta la sua prudenza.

LEONARDO: Andate da monsieur Gurland, e pregatelo per parte mia, che mi favorisca prestarmi due coltelliere, quattro sottocoppe, e sei candelieri d'argento.

PAOLO: Sarà servita.

LEONARDO: Andate poscia dal mio droghiere, fatevi dare dieci libbre di caffè, cinquanta libbre di cioccolata, venti libbre di zucchero, e un sortimento di spezierie per cucina.

PAOLO: Si ha da pagare?

LEONARDO: No, ditegli, che lo pagherò al mio ritorno.

PAOLO: Compatisca; mi disse l'altrieri, che sperava prima ch'ella andasse in campagna, che lo saldasse del conto vecchio.

LEONARDO: Non serve. Ditegli, che lo pagherò al mio ritorno.

PAOLO: Benissimo.

LEONARDO: Fate, che vi sia il bisogno di carte da giuoco con quel che può occorrere per sei, o sette tavolini, e soprattutto che non manchino candele di cera.

PAOLO: Anche la cereria di Pisa, prima di far conto nuovo, vorrebbe esser pagata del vecchio.

LEONARDO: Comprate della cera di Venezia. Costa più, ma dura più, ed è più bella.

PAOLO: Ho da prenderla coi contanti?

LEONARDO: Fatevi dare il bisogno; si pagherà al mio ritorno.

PAOLO: Signore, al suo ritorno ella avrà una folla di creditori, che l'inquieteranno.

LEONARDO: Voi m'inquietate più di tutti. Sono dieci anni che siete meco, e ogni anno diventate più impertinente. Perderò la pazienza.

PAOLO: Ella è padrona di mandarmi via; ma io, se parlo, parlo per l'amore che le professo.

LEONARDO: Impiegate il vostro amore a servirmi, e non a seccarmi. Fate quel che vi ho detto, e mandatemi Cecco.

PAOLO: Sarà obbedita. (Oh! vuol passar poco tempo, che le grandezze di villa lo vogliono ridurre miserabile nella città). (Parte.)

 

 

SCENA SECONDA

 

Leonardo, poi Cecco.

 

LEONARDO: Lo veggo anch'io, che faccio più di quello che posso fare; ma lo fanno gli altri, e non voglio esser di meno. Quell'avaraccio di mio zio potrebbe aiutarmi, e non vuole. Ma se i conti non fallano, ha da crepare prima di me, e se non vuol fare un'ingiustizia al suo sangue, ho da esser io l'erede delle sue facoltà.

CECCO: Comandi.

LEONARDO: Va' dal signor Filippo Ghiandinelli; se è in casa, fagli i miei complimenti, e digli che ho ordinato i cavalli di posta, e che verso le ventidue partiremo insieme. Passa poi all'appartamento della signora Giacinta di lui figliuola; dille, o falle dir dalla cameriera, che mando a riverirla, e ad intendere come ha riposato la scorsa notte, e che da qui a qualche ora sarò da lei. Osserva frattanto, se vi fosse per avventura il signor Guglielmo, e informati bene dalla gente di casa, se vi sia stato, se ha mandato, e se credono ch'ei possa andarvi. Fa bene tutto, e torna colla risposta.

CECCO: Sarà obbedita. (Parte.)

 

 

SCENA TERZA

 

Leonardo, poi Vittoria.

 

LEONARDO: Non posso soffrire che la signora Giacinta tratti Guglielmo. Ella dice che dee tollerarlo per compiacere il padre; che è un amico di casa, che non ha veruna inclinazione per lui; ma io non sono in obbligo di creder tutto, e questa pratica non mi piace. Sarà bene che io medesimo solleciti di terminare il baule.

VITTORIA: Signor fratello, è egli vero che avete ordinato i cavalli di posta, e che si ha da partir questa sera?

LEONARDO: Sì certo. Non si stabilì così fin da ieri?

VITTORIA: Ieri vi ho detto che sperava di poter essere all'ordine per partire; ma ora vi dico che non lo sono, e mandate a sospendere l'ordinazion dei cavalli, perché assolutamente per oggi non si può partire.

LEONARDO: E perché per oggi non si può partire?

VITTORIA: Perché il sarto non mi ha terminato il mio mariage.

LEONARDO: Che diavolo è questo mariage?

VITTORIA: È un vestito all'ultima moda.

LEONARDO: Se non è finito, ve lo potrà mandare in campagna.

VITTORIA: No, certo. Voglio che me lo provi, e lo voglio veder finito.

LEONARDO: Ma la partenza non si può differire. Siamo in concerto d'andar insieme col signor Filippo, e colla signora Giacinta, e si ha detto di partir oggi.

VITTORIA: Tanto peggio. So che la signora Giacinta è di buon gusto, e non voglio venire col pericolo di scomparire in faccia di lei.

LEONARDO: Degli abiti ne avete in abbondanza; potete comparire al par di chi che sia.

VITTORIA: Io non ho che delle anticaglie.

LEONARDO: Non ve ne avete fatto uno nuovo anche l'anno passato?

VITTORIA: Da un anno all'altro gli abiti non si possono più dire alla moda. È vero, che li ho fatti rifar quasi tutti; ma un vestito novo ci vuole, è necessario, e non si può far senza.

LEONARDO: Quest'anno corre il mariage dunque.

VITTORIA: Sì, certo. L'ha portato di Torino madama Granon. Finora in Livorno non credo che se ne siano veduti, e spero d'esser io delle prime.

LEONARDO: Ma che abito è questo? Vi vuol tanto a farlo?

VITTORIA: Vi vuol pochissimo. È un abito di seta di un color solo, colla guarnizione intrecciata di due colori. Tutto consiste nel buon gusto di scegliere colori buoni, che si uniscano bene, che risaltino, e non facciano confusione.

LEONARDO: Orsù, non so che dire. Mi spiacerebbe di vedervi scontenta; ma in ogni modo s'ha da partire.

VITTORIA: Io non vengo assolutamente.

LEONARDO: Se non ci verrete voi, ci anderò io.

VITTORIA: Come! Senza di me? Avrete cuore di lasciarmi in Livorno?

LEONARDO: Verrò poi a pigliarvi.

VITTORIA: No, non mi fido. Sa il Cielo, quando verrete, e se resto qui senza di voi, ho paura che quel tisico di nostro zio mi obblighi a restar in Livorno con lui; e se dovessi star qui, in tempo che l'altre vanno in villeggiatura, mi ammalerei di rabbia, di disperazione.

LEONARDO: Dunque risolvetevi di venire.

VITTORIA: Andate dal sarto, ed obbligatelo a lasciar tutto, ed a terminare il mio mariage.

LEONARDO: Io non ho tempo da perdere. Ho da far cento cose.

VITTORIA: Maledetta la mia disgrazia!

LEONARDO: Oh gran disgrazia invero! Un abito di meno è una disgrazia lacrimosa, intollerabile, estrema. (Ironico.)

VITTORIA: Sì, signore, la mancanza di un abito alla moda può far perder il credito a chi ha fama di essere di buon gusto.

LEONARDO: Finalmente siete ancora fanciulla, e le fanciulle non s'hanno a mettere colle maritate.

VITTORIA: Anche la signora Giacinta è fanciulla, e va con tutte le mode, con tutte le gale delle maritate. E in oggi non si distinguono le fanciulle dalle maritate, e una fanciulla che non faccia quello che fanno l'altre, suol passare per zotica, per anticaglia; e mi maraviglio che voi abbiate di queste massime, e che mi vogliate avvilita e strapazzata a tal segno.

LEONARDO: Tanto fracasso per un abito?

VITTORIA: Piuttosto che restar qui, o venir fuori senza il mio abito, mi contenterei d'avere una malattia.

LEONARDO: Il Cielo vi conceda la grazia.

VITTORIA: Che mi venga una malattia? (Con isdegno.)

LEONARDO: No, che abbiate l'abito, e che siate contenta.

 

 




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2 marzo 2006

Da "Le Città Invisibili di Italo Calvino: Despina (incisoreColleen Corradi Brannigan

       Despina

In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differentea chi viene da terra e a chi dal mare.Il cammlliere che vede spuntare all'orizzonte dell'altipiano i pinnacoli dei grattacieli, leantenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli,pensa a una nave, sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti viadal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che già gonfia le vele non ancoraslegate, o un vapore con la caldaia che vibra nella carena di ferro, e pensa a tutti i porti,alle merci d'oltremare che le gru scaricano sui moli, alle osterie dove equipaggi di diversabandiera si rompono bottiglie sulla testa, alle finestre illuminate a pian terreno, ognunacon una donna che si pettina.Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d'una gobba di cammello, d'unasella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sache è una città ma la pensa come un cammello dal cui bsto pendono otri e bisacce difrutta candita, vino di datteri, foglie di tabacco, e già si vede in testa a una lungacarovana che lo porta via dal deserto del mare, verso oasi d'acqua dolce all'ombraseghettata delle palme, verso palazzi dalle spesse mura di calce, dai cortili di piastrellesu cui ballano scalze le danzatrici, e muovono le braccia un po' del velo e un po' fuori dalvelo.Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e ilmarinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti.

da: Le Città Invisibili di Italo Calvino






Acquaforte




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2 marzo 2006

Da "Le Città Invisibili di Italo Calvino: Pirra (incisoreColleen Corradi Brannigan

           Pirra

A lungo Pirra è stata per me una città incastellata sulle pendici d'un golfo, con finestre alte e torri, chiusa come una coppa, con al centro una piazza profonda come un pozzo e con un pozzo al centro. Non l'avevo mai vista. Era una delle tante città dove non sono mai arrivato, che m'immaginavo soltanto attraverso il nome: Eufrasia, Odile, Margara, Getullia. Pirra aveva il suo posto in mezzo a loro, diversa da ognuna di loro, come ognuna di loro inconfondibile agli occhi della mente.
Venne il giorno in cui i miei viaggi mi portarono a Pirra. Appena vi misi piede tutto quello che immaginavo era dimenticato; Pirra era diventata ciò che è Pirra; e io credevo d'aver sempre saputo che il mare non è in vista della città, nascosto da una duna della costa bassa e ondulata; che le vie corrono lunghe e dritte; che le case sono raggruppate a intervalli, non alte, e le separano spiazzi di depositi di legname e segherie; che il vento muove le girandole delle pompe idrauliche. Da quel momento in poi il nome Pirra richiama alla mia mente questa vista, questa luce, questo ronzio, quest'aria in cui vola una polvere giallina: è evidente che significa e non poteva significare altro che questo.
La mia mente continua a contenere un gran numero di città che non ho visto né vedrò, nomi che portano con sé una figura o frammento o barbaglio di figura immaginata: Getullia, Odile, Eufrasia, Margara: Anche la città alta sul golfo è sempre là, con la piazza chiusa intorno al pozzo, ma non posso più chiamarla con un nome, né ricordare come potevo darle un nome che significa tutt'altro.


da: Le Città Invisibili di Italo Calvino









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2 marzo 2006

Da "Le Città Invisibili di Italo Calvino; Bauci

Bauci

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s'alzano dal suolo a gran distanza l'uno dall'altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l'occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un'ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d'evitare ogni contatto; che la amino com'era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.

da: Le Città Invisibili di Italo Calvino
(Colleen Corradi Brannigan )




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2 marzo 2006

Aforismi (15-16)

Fisionomia del peccato.
Colpa e peccato sono solo di chi va contro un'abitudine: ovvero sia il costume. Di chi cioè non soddisfi l'appetizione abituale di uno schema psico-motorio

Vizi e virtù.
I difetti in un ambiente possono essere i pregi di uno invece differente




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2 marzo 2006

Aforisma (14) per quanto non è detto che _----------------_ lo condivida

Dell'arte. L'arte crea la forma e informa l'uomo per cui è prodotta.
Vero è che quando l'arte diventa l'arte in sé: è perchè manca l'uomo,
dal quale deriva e per il quale è lo scopo




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2 marzo 2006

Aforisma (13) per quanto non è detto che _----------------_ lo condivida

Risposte naturali.
Non si possono fare domande a servitori
senza averne in cambio risposte altrettanto servili




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27 febbraio 2006

Aforisma (12) per quanto non è detto che _-_ lo condivida

Padronanza di sé. Se non altro Epiteto dimostra che il "libero arbitrio" fu solo la seconda natura psicologica dello schiavo liberato.




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27 febbraio 2006

Aforisma (11) per quanto non è detto che _-_ lo condivida

Rettifica dei nomi. Ai nostri giorni per buono non si intende chi è capace bensì solo chi non nuoce.




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